Scrivere è anche osservare, ascoltare, restare in silenzio. Scrivere per me è anche capire, dubitare, immaginare. Non è solo prendere una penna, o un computer, e buttare giù delle parole. Inizio a scrivere da un'emozione forte, mia o altrui, che inizia a confabulare parole e musiche, armonia o disarmonia nei sensi, gioia, perfezione. Poi, come un flusso d'acqua scorre naturalmente, voglio che quella incognita svelata rimanga su carta, ho paura di perderla, e vorrei saltarci su, scivolare sulle onde disegnate dalle circostanze, farmi avvolgere dai profumi e rimanere per sempre in questo nirvana umano.
Ed è questa la mia esigenza, trasformare per sempre ciò che è mortale, scrivere un testo e rileggerlo magar tra un anno, o forse dieci o venti, e avvertire quel carpe diem passato, dondolarmi nel volo dell'altalena. Certo, non ne sono capace. Questo compito che vorrei svolgere è difficile, è quasi impossibile, ma in fondo nella vita non bisognerebbe anche cercare l'impossibile?
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