Ancora ieri Guido Bertolaso girava per le tendopoli promettendo un tetto per tutti entro settembre, smentendo lo stesso cronogramma ufficiale dei lavori per i venti villaggi di prefabbricati. E se l'estate in tenda è sicura e insopportabile, spaventa l'inizio dell'autunno, che sotto il Gran Sasso arriva almeno un mese prima. La richiesta del coordinamento 100% è di rendere subito disponibili i tremila appartamenti sfitti – che la stessa associazione dei costruttori un paio di mesi fa dichiarò disponibili – e di far arrivare in città i container della protezione civile. E' infatti ormai certo – al di là della propaganda governativa – che le case prefabbricate non saranno pronte prima della fine dell'anno, quando il freddo della montagna già renderà invivibili e pericolose le tende. I tempi per le prime case sono lontani, dunque. Lo sanno i costruttori che hanno aperto i cantieri, lo sanno i tecnici della protezione civile. Ma di crisi ed emergenze è vietato parlare.
Bertolaso ha già pronta la sua soluzione: svuotare la città, mandare tutti sulla costa, negli alberghi della zona di Pescara, per poi tornare a L'Aquila una volta completate le case provvisorie. Un'idea insostenibile, che la manifestazione di oggi respinge nettamente.
Il decreto Abruzzo – divenuto legge senza nessuna certezza per la ricostruzione – di soldi veri per ricostruire L'Aquila e le decine di piccoli borghi sventrati dal terremoto, non ne ha. Tutti i punti oscuri di un pessimo testo sono rimasti, a cominciare dalla Fintecna, la società del ministero dell'economia che ingloberà molte delle case danneggiate delle zone pregiate del centro. Un'operazione che sa tanto di speculazione e che i comitati, con la protesta di oggi, vogliono smascherare. Mai come oggi il silenzio è colpevole.
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